Sono una docente precaria che lavora nella scuola da circa vent’anni.
In questi vent’anni ho visto la scuola cambiare profondamente. Da un lato sono arrivate nuove metodologie didattiche, innovazioni tecnologiche e strumenti digitali che hanno richiesto a noi insegnanti di aggiornarci continuamente. Dall’altro, però, ho assistito a una progressiva perdita di tutele, di dignità professionale e di riconoscimento economico.
Mai come negli ultimi anni mi sono sentita così umiliata.
Da tempo si parla di aumenti stipendiali e di arretrati. Le aspettative create sono state molte, ma il risultato, almeno per me e per tanti colleghi, è stato profondamente deludente. Abbiamo visto le buste paga diminuire per effetto di trattenute e conguagli, per poi sentirci annunciare aumenti che, nella realtà, si traducono in poche decine di euro.
È davvero questo il valore che lo Stato attribuisce a chi ogni giorno forma le future generazioni? È accettabile che, dopo anni di promesse, un insegnante debba considerare un aumento così esiguo come un traguardo?
Come docente precaria, dopo quasi vent’anni di servizio, continuo a vivere nell’incertezza. Eppure il mio lavoro, le mie responsabilità e il mio impegno sono identici a quelli di un docente di ruolo. Ho superato un concorso pubblico e continuo a garantire ogni giorno professionalità e continuità didattica, senza avere la serenità di una stabilizzazione.
Mi rivolgo anche alle organizzazioni sindacali. Molti insegnanti hanno la sensazione di non essere rappresentati con sufficiente determinazione nelle trattative. Abbiamo bisogno di una difesa concreta, non soltanto di comunicati o rassicurazioni.
Vorremmo comprendere con maggiore trasparenza quali siano le posizioni sostenute ai tavoli negoziali, quali risultati siano realmente ottenuti e quali compromessi vengano accettati. È una richiesta legittima da parte di chi, ogni mese, versa una quota sindacale confidando in una rappresentanza efficace.
Ciò che amareggia maggiormente è la percezione che, quando si tratta di reperire risorse per altre priorità dello Stato, i fondi vengano trovati rapidamente, mentre per la scuola, per gli stipendi dei docenti, per la valorizzazione della professione e per strumenti come la Carta del Docente si continui a sostenere che le risorse siano insufficienti.
La scuola non può continuare a essere considerata una spesa da contenere. È un investimento sul futuro del Paese.
Noi insegnanti chiediamo rispetto. Chiediamo stipendi adeguati al costo della vita, diritti certi, stabilità lavorativa e un reale riconoscimento del ruolo fondamentale che svolgiamo ogni giorno.
La nostra pazienza non può essere infinita. Senza insegnanti valorizzati non esiste una scuola di qualità e senza una scuola di qualità non esiste un futuro migliore per l’Italia.
Infine, desidero porre una domanda che molti colleghi si fanno e che merita una risposta chiara: perché continuare a sostenere economicamente le organizzazioni sindacali se tanti lavoratori non si sentono realmente rappresentati? Da che parte stanno quando firmano gli accordi? Quali risultati concreti ottengono per chi lavora ogni giorno nelle scuole? Sono interrogativi che nascono dalla delusione e dalla richiesta di una rappresentanza più forte, più trasparente e più vicina ai bisogni reali degli insegnanti.

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