Il dramma ambientale che stringe alla gola i territori di Melilli, Priolo e Augusta è una ferita aperta da ormai settant’anni.

Sotto la pressione costante di un’industrializzazione selvaggia, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e la terra che coltiviamo continuano a subire una contaminazione sistematica, riversando sugli ecosistemi e sulla salute dei cittadini un prezzo altissimo, drammaticamente misurabile nell’impennata delle patologie oncologiche.

Di fronte a questo scenario, il muro di gomma eretto dalle multinazionali del polo petrolchimico resta imbattibile.

La risposta standard dei vertici industriali è un rassicurante quanto vuoto «È tutto sotto controllo».

Ma a quale controllo si riferiscono? A un sistema di vigilanza davvero terzo e indipendente, o a un cortocircuito in cui controllori e controllati continuano a muoversi in una preoccupante contiguità?

Da oltre mezzo secolo la classe politica assiste quasi inerte, incapace di imporre limiti severi e di invertire la rotta. Gli investimenti nella prevenzione sanitaria e nell’abbattimento delle emissioni di sostanze cancerogene e mutagene sono irrisori. Da anni si denuncia l’inefficacia dei sistemi di depurazione dell’aria e la persistenza del famigerato “effetto bolla” delle raffinerie.

La memoria storica del territorio è segnata da ecocidi mai sanati, come gli storici sversamenti di mercurio che hanno devastato i fondali e contaminato la catena alimentare marina.

A questo si aggiunge la recente e opaca gestione del depuratore consortile IAS di Priolo, al centro di pesanti contestazioni giudiziarie.

Sorge quindi un interrogativo spontaneo: dove finiscono oggi i reflui industriali e civili di Melilli, Priolo e Belvedere? E con quali criteri scientifici le nostre coste vengono ancora dichiarate balneabili, data la totale assenza di divieti permanenti?

Gli ultimi giorni hanno riproposto il solito copione: molestie olfattive insopportabili e chiazze di idrocarburi in mare. Anche stavolta, la gravità degli eventi è stata minimizzata dalle autorità, ignorando la rabbia dei cittadini esplosa nelle piazze e sui social network.

Chi risarcirà la popolazione per i danni alla salute e ai beni privati? Chi farà finalmente luce sulle responsabilità?

La comunità è stanca di promesse e dichiarazioni di circostanza.

Chiediamo risposte concrete:

-Piani di bonifica immediati per i fondali marini, fermi nonostante i massicci fondi pubblici stanziati.

-Una reale riconversione industriale degli impianti in chiave ecosostenibile.

-Un decreto ad hoc per monitorare e sanzionare severamente i picchi orari delle emissioni di idrocarburi e solfuri.

È tempo di restituire legalità, dignità e sicurezza a questo territorio.

 

Commenti

commenti

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata